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Come devo parlare in pubblico?
Esempi di discorsi per le varie occasioni della vita
Jacopo Gelli
Ulrico Hoepli Milano, 1912, pagine 464

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   « E poi, per onorarsi i nostri deputati non si dànno spesso di: pecoraro, maffioso, camorrista, ecc.... senza che per questo perdano la qualità di onorevoli ! Dunque; basta intendersi sul significato e... mettersi d'accordo».
   Gli esempi riferiti confermano una volta di più, come la proprietà del linguaggio sia la parte più difficile e la più importante nel dire. Ma per proprietà di lingua non s'ha da intendere che, nel parlare, non s'abbia da arrecare offesa alle orecchie degli ascoltatori
   come scrisse il Lasca; poiché non è ammissibile che un oratore, anche mediocre, voglia modellare il suo dire sul volgare toscano plebeo di un becero.
   Per proprietà di lingua s'intenda, dunque, l'uso costante di parole e di modi di dire appropriati, esposti con forma onesta, e con quel rispetto dovuto ai diritti grammaticali e della sintassi della lingua adornata dal Petrarca e accarezzata con soavi motivi dal Poliziano, onde chi ascolta, dal dire altrui tragga diletto e non disgusto.
   Perciò, l'oratore che vuol riescire eloquente, eviterà non solo le trivialità e gli errori propri al favellare del popolo; ma pur anco quello, tanto comune, in chi toscano non è, di usare i vocaboli esprimenti, per esempio, Vatto per la cosa derivata da quell'atto. Inquantochè, usando il primo vocabolo per il secondo egli non sbaglierà nulla meno che dall'atto alla cosa che da esso atto deriva.
   Purtroppo, però, noi udiamo non di rado oratori,
   « colle lascivie del parlar toscano »,