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Come devo parlare in pubblico?
Esempi di discorsi per le varie occasioni della vita
Jacopo Gelli
Ulrico Hoepli Milano, 1912, pagine 464

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   IO
   Capitolo secondo
   gare. E chi ha contratto siffatta abitudine difficilmente se ne sbarazzerà nel parlare in pubblico, quando l'eccitamento del cervello non gli lascerà nè tempo, nè riflessione sufficienti a misurare tutto il significato delle parole pronunciate.
   Ma che s'ha da dire quando codeste espressioni di senso assai oscuro vengono dette e ripetute anche dalle persone le quali passano per essere colte?
   Allora se ne attribuisce la colpa alla distrazione. E alla distrazione si affibbiano tutti gli strafalcioni che vengono fuori dalle labbra di un dotto, o di chi per tale passa, anche se le parole dirette a compiere cortesia, si trasformano in una impertinenza bella e buona.
   È notorio la risposta di un celebre scienziato, al quale un neo-professore porgeva i ringraziamenti, perchè:
   — Tutto quello che so, lo devo a Lei.
   — Ma che dice, caro professore; non mi parli di codeste inezie!...
   Ma, se tra i comuni mortali se ne trovano di quelli che nel parlare dimenticano la parte sostanziale del discorso, e di quelli che se avranno un viinuto di tempo passeranno un'ora con l'amico, altri ve ne sono capaci di compiere miracoli anche quando l'epoca dei miracoli è tramontata da un pezzo.
   Mi ricordo di un tale che narrava di avere scorto da lontano persona a lui molesta, e che, per evitarla, aveva infilato una carrozza prima e la Galleria poi, quasi che una carrozza e una galleria fossero due crune d'ago! Nè si dica che i toscani «infilano la via», per darmi torto; da chè i toscani sanno e ripetono che: le chiacchiere e le corbellerie non si infilano!