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Le prime origini della lingua italiana
Biblioteca del Popolo

Sonzogno Milano, pagine 63

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   LE i'UIME ORIGINI
   Il latino classico ed il volgare.
   La questione se esistesse un latino letterario o classico accanto al volgare, l'uno parlato dalla classe colta e dai patrizi, l'altro dalla plebe romana, sembra risolta definitivamente in favore della contemporanea esistenza di questi due idiomi in Roma e nel Lazio.
   Già fin dal secolo XIV Leonardo Bruni d'Arezzo scriveva una lettera a Flavio di Forlì, nella quale per il primo esponeva l'idea che vi fossero state in Roma due lingue ben distinte, l'una intesa dalle classi colte soltanto, l'altra invece parlata dal popolo, il quale, secondo il Bruni stesso, non avrebbe inteso nulla alla rappresentazione delle commedie scritte in latino letterario, e vi avrebbe fatto solo la parte di spettatore.
   Tale opinione fu poi riposta in campo da Celso Cittadini in un libello (1721), nel quale prende a dimostrare che in Roma vi furono sempre due sorta di lingue: l'una rozza e mezzo barbara propria del volgo, l'altra coltivata dall'arte e propria degli scrittori.
   In mezzo alle esagerazioni ed errori naturali in un tempo nel quale la filologia e la fonetica comparata non avevano preso ancora nessuno sviluppo, l'idea era giusta. Le testimonianze che comprovano l'esistenza di un latino volgare accanto al letterario ci sono date da Cicerone stesso. Sappiamo che T. Lavinio aveva raccolte le voci usate più particolarmente dal popolo in un libro intitolato: De verbis sordidis (Delle parole volgari), libro andato disgraziatamente perduto. Anche Festo'ci lasciò una copiosa collezione di parole arcaiche intitolata : De sigiiificatione verborutn, che ci sono pervenute nel compendio di Paolo Diacono. Nonio Marcello ci lasciò gran numero di parole volgari neV suo libro: Compendiosa doctrina, e cosi Fabio Planciade Fulgenzio, neWExposilio scrmonum antiquorum. Anche le commedie di Plauto e di Petronio ci serbarono buona