CAPITOLO IX. — I GRAMMATICI. 549
tamente corrette quando avesse potuto dare l'ultima mano alla sua Eneide. Da Ca-ris > (2) rile\ imo anche avere Igino scritto sopra un poemetto propemphcon di Elvio Cinna.
Nell'età augustea e nella successiva dei Cesari gli studi grammaticali presero sempre più sviluppo e credito, sia per il naturale svol^ mento che sogliono avere le letterature, nelle quali quanto più si assottiglia la vena artisi ca, tanto più si amp a la critica in tutte le sue forme; sia ancora per la protesone che i . grammatici accordarono gl'imperatori, grammatizzanti talvolta es stessi come ad esempio Claudi». Dei tempi d'Augusto, e liberto del prelodato Igino, fa Giulio Modesto, in studiis atque doctriua vestigia patroni seeutus, al dir di Svetonio (3), e del quale trova presso Gellio citato un libro secondo Quaestìonum confusariim, e un De feriis presso Macrobio (4). Celebrato grammatico fu pure Verrio Fiacco, di cui si è parlato più sopra in quanto archeologo e storico (ved § 72). Perduta è 1' opera sua De orthographia, come pure l'altra più vasta De verborum signi ficai Ione, in moli libri, ordinati alfabeticamente secondo le lettere .i. sia! delle parole. Pare che in quest'opera Fiacco spiegasse una tendenza nazionale, volendo rilevare nella lingua latina l'elemento indigeno. Se ne ha ancora un estratto, che può vedere in parecchi edizioni dell'opera di Festo, della quale più sotto avremo a parlare.
Uno de' grammatici che tenne scuola a Roma, non però per fanciulli, bensi per pochi giovani fatti, fu Q. Cecilio Epirota, di Tusculo,, liberto di Attico e amico di Cornelio Gallo ; del quale Cecilio non ci restano, non che opere, ma neanche titoli di opere ch'egli abbia composte : solo si sa da Svetonio che ei fu primo a introdur nella scuola Virgilio e altri poeti moderni. Il che non è cosa ( sì poca importanza come alla prima parrebne. « È difficile oggi » dice con la sua solita verità ed evidenza il Comparetti «.... figurarsi esattamente quanto grande fosse la potenza e » l'influenza dei grammatici nel formare e promuovere le rinomanze letterarie. In » quella febbre di produzione letteraria, non soltanto provocata dai gusti di un * principe, ma resa di moda anche dalla eleganza dei tempi, per cui fin Trimalcione ' i. atteggiava a letterato, i mezzi d'ottenere pubblicità e favore erano cercati avi» damente; come nelle recitationes molti pagavano chi applaudisse, altri ricor » revano ad ogni basso mezzo per ottenere l'accesso nelle scuole dei grammatici, e » vedere così i poveri prodotti della loro musa quasi consecrati dall'insegnamento. » Il disprezzo con cui Orazio parla di queste arti mostra quanto fossero adoperate. » Certo è che l'onore d'essere letti nelle scuole meritava la pena di occuparsene, ed » era cosa di conseguenza, anche per noi tardi postevi ; pò. jhè i grammatici fecero » la scelta di quel tal canone di poeti che per la via delle scuole, e non per altra, » è g into fino a noi. Molti scritti che sono andati perduti noi sarebbero se aves-» sero avuto la fortuna di essere adoperate dai maestri come libri di testo; così » pure molti altri furono conservati che nonavrenbero meritato un tale onore > (5).
Altri grammatici di cui si ha appena notizia sono Carminio, che scrìsse De elo-cutionibus, e Stazio Tulliano, che scrisse De vocabulis rerum, e Crassizio di Taranto, che fece un commentario della Smirna di Elvio, e Scribonio Afrodisio, schiavo e scolaro di Orbilio, e oppositore accanito di Verrio circa l'ortografia, e Melisso di Spoleto, cui Augusto fece bibliotecario, e che scrisse dei libri T.neyUarum o Jo-corum, come si disse poi ; e Gavio Basso (da non confondersi col poeta posteriore, Cesio Basso, amico di Persio) che scrisse un opera De Diis, e un'altra De signifl-catione verborum, come la nomina Macrobio, che sarà poi la stessa di quella De origine voeabulorum et verborum, di cui Gellio cita un settimo libro, il qual Gellio attribuisce al medesimo Basso anche de' Commentarii. Famoso purista fu M. Pomponio Marcello, che osò perfino riprendere 'I iierio li un certo barbarismo in questi era caduto, e gli osservò come fosse in suo potere dar la cittadinanza agli uopitii, ma alla parole no: tu, Caesar, civitatem darepntes hominibus, verbis non potes. Sotto Tiberio altresì, e sotto Claudio, visse Q. Remmio Palemone, di Vicenza, schiavo affrancato, che esercitò una specie di pr nato nell'insegnamento grammaticale, e suscitava grande ammirazione con la gran sua facilità di memoria e di