Stai consultando: 'Storia della Letteratura Romana ', Cesare Tamagni

   

Pagina (568/608)       Pagina_Precedente Pagina_Successiva Indice Copertina      Pagina


Pagina (568/608)       Pagina_Precedente Pagina_Successiva Indice Copertina




Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

Aderisci al progetto!

   
[Progetto OCR]




[ Testo della pagina elaborato con OCR ]

   540
   LIBRO li. — PARTE SECONDA. RACCONTO. i PROSATORI.
   § 119. Aulo Gelilo.
   Aulo Gelilo (die per un'erronea interpretazione data alla sigla del suo prenome fu da molti nominato Agellio) visse dopo il primo quarto del secondo secolo dell'èra volgare. Dovè esser nativo di Roma, e certo fu quivi ch'egli ebbe a maestri alcuni degli uomini più distinti del tempo suo : C. Sulpicio Apollinare, per esempio, ed altri, nella grammatica, Antonio Giuliano e Tito Castrizio nella rettonca. Ebbe occasione pure di avvicinare Frontone, e, quando si applicò alla filosofìa, Favorino; e, per consiglio , a quanto sembra, di quest' ultimo, si recò ad Atene. Quivi soggiornò un anno almeno, ed, as: eme ad altr giovani romani recatMsi a compiere la loro educazione letteraria e filosofica, frequentò Erode Attico, e Tauro, e Peregrino Proteo. Ebbe Gellio qualche uflìcu> giudiziario, prima o dopo l'andata sua in Atene che fosse. Quel eh'è certo è che mai non rifinì di leggere opere d'ogni maniera, appuntando tutto quel ch'egli Ivi trovasse di notevole. E da codesti appunti surso l'opera che rimase così celebre, Noctium Atlicarum, in venti lib: ; donde il fare di essa così sconnesso e promiscuo. Gellio le diede quel titolo, perchè ad Atene avea iniziata quella raccolta di cose notabili da cui essa risultò, Non ebbe egli tanto ingegno da dare un vero organismo scientifico o artistico alle moltissime cose raccolte; tuttavia spigolò da tanti campi, g accliè non solo della grammatica e della lingua si prese cura, ma altresì delle antichità nel loro senso più lato, e in forma se non superlativamente bella, certo non disaggradevole registrò tante notizie, tanti passi di scrittori, che per altra via non si conoscerebbero menomamente, da essere l'opera sua, nonostante tutta la sua mediocrità, addirittura preziosa per la cognizione del mondo antico. Giacché, ad ogni modo, Aulo Gel-li fu evidentemente diligente e onesto, epperò l'autorità sua, che può essere scarsa quanto ai suoi giud zj, i quali sono spesso passionati ed entusiastici, e non di rado (contradittorì come, ad esempio, l'ammirazione che contemporaneamente professa per Cicerone e per Frontone) è attendibil: ,siraa quanto alle sue testimonianze.
   Pare che Gellio volesse proseguire ancora l'opera sua, a che del resto si prestava benissimo 1 andamento, come l'abbiam chiamato, inorganico di essa : « quantum autem vitra miri demeeps deum voluntate erit quantumque a tuenda re familiari
   procurandoque cuitu liberorura meorum dabitur otium, ea omnia____ tempora ad
   colligenrtas huiuscemodi memoriarum delectatiunculas conferam ». Sarebbe stata gran ventura, che egli avesse potuto attuare il disegno suo, qual che si fosse la ragione, o la morte od altro, che gliel impedi. Come certo fortuna è stata che dei venti libri ch'egli ci lasciò non sia andato perduto altro che il principio della prefazione, la ch.asa del libro ventesimo, e tutto il libro ottavo, del quale non ci resta che l'ina-ce dei soggetti dei vari capitoli che lo componevano.
   Bibliografia. a) Codici.
   I manoscritti più antichi che si abbiano contengono o i primi sette litri, o gli ubimi dodici : perduto è il Buslidiano cne li conteneva tutti. E i manoscritti fondamentali per primi sette libri sono il palatino XXV della Vaticana, ed il Vaticano 3452, il Parig io 5765 e il Rottendorfiano ora a Leida; per gli ultimi dodici sono il Parigino 3664 dol sec. Xlll, il Vossiano 7 a Leida, e un frammento bernese del secolo XII.
   b) Edizioni.
   L'edizion principe è la romana del 1469. Notiamo poi l'edizione del Gronovio (Leiden 1706; riprodotta a Lipsia 1762 da Conradi); quella di Lion (Gottinga 1824), e quella li Martino Herz (Lipp. Teubner 1853: in due volumi), al quale molto deve il testo Gelliano.