27G capitolo xii.
via di mezzo nel suo Girone, e Torquato Tasso riduce ad unità anche il romanzo nel suo Rinaldo.
Questo procedimento, evidente nella poesia drammatica e nella epica, è meno chiaro nella linea. Nella lirica, infatt. poco restava da affinare: il Petrarca avea portato alla massima perfezione il sonetto e la canzone , che sono come i generi stabili della lirica nostra. Ma un'altra forma lirica s'era già tentata fra noi dai poeti religiosi, senza che venisse portata ad artistica perfezione: la lauda; e la lauda s riprescnta nel cinquecento trasformata, per opera in ispeeie di B. Tasso in inno e in ode rapida e solenne.
Se dalle forme della poesia passiamo a quelle della scienza, troviamo che la storia non si contenta più di narrare in ordine cronologico i fatti, o di rivestirli di forma pomposa' essa comincia a sv scerarli, studiandone le cause prossime, come vedemmo fare il Guicciardini, o le cause rimote, come fa il Machiavelli: onde viene che all'ordine strettamente cronologico si vada sostituendo un ordine logico, la di\isione per età e periodi, che permetta vedere il perchè dei fatti, aggruppati secondo la loro natura; o d'un unico fatto si fa storia speciale che tutto la rappresenti.
Che se dalla esposizione dei fatti passiamo alla discussione delle idee, noi vediamo prevalere al rigido trattato la forma dialogica, come quella che meglio risponde al momento dell'indagine piuttosto che a quello dell'esposizione, a uno stato piuttosto scettico che dommatico dell ntelletto, quale appunto doveva essere in un'età che tanti rivolgimenti avea sostenuti nell'ordine de'fatti e nell'ordine de'pensieri. E però il dialogo acquista nel cinquecento straordinar a sviluppo e finezza, mentre il trattato non ha ancora nè chiarezza nelle smgole parti, nè simmetria nell'insieme.
Nel complesso poi dobbiamo aire che il cinquecento più faceva progredire le forme poetiche, che non le scientifiche.
Questo sembra a noi nell'insieme il movimento dell'arte letteraria in questo secolo; resta ora a vedere ciò che dell'arte propria pensassero gli scrittori stessi di quell'età; e se e quanta coscienza avessero dell'opera loro.
La critica letteraria prese nel cinquecento due vie, avendo alcuni pocL subordinato il g'.idizio su generi letterari al giudizio complessivo sovra alcuni dati scrittori, ed avendo altri subordinata la critica dei singoli autori a tutta una teorica sulla poesia o sull'arte del dire in generale, o su qualche furma della poesia o della scienza.
Discorriamo qui subito de'primi, che sono come gb storici della letteratura in questo periodo; e che, stante la loro poca importanza, ci permettono d'essere assai brev .
Francesco ArsiJli fece in buoni dioici una rassegna de'poeti roman: del pr nio ventennio del secolo (De poetis urbanis, 152-4); e Lilio Gregorio Giraldi se .sse due dialoghi De poetis nostrorum teraporum, uno riferentesi all'età di Leon X e l'altro al secondo quarto del secolo; dialoghi, che il TiraboscLi giudica » una esatta storia della poesia e de'poeti de'primi cinquant'anni di questo secolo (1) n ; e nel 1545 ne fece stampare a Basilea dieci altri ilist,orice poetarum tam¦ grcecorum quam latinorum; frammettendo in questi e in quelh all'elogio la critica opportuna.
Della erudizione più che della critica bene meritarono Antonfrancesco Doni autore di due Libreria, uscite a Venezia nel 1550 e 1551, nella prima delle quali metodicamente tratta di libri già stampati, nella seconda, alla rinfusa, di opere manoscritte; Ortense Landi che nel 1552 stampò a Venezia sette libri di cataloghi, e due anni prima veva pubblicato la Sferza de'letterati antichi, e moderni rivelandosi in ambedue questi lavori altrettanto dotto quanto bizzarro e scettico;
(1) Storia della lett. it., VII, 18G0.