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Storia della Letteratura Italiana nel Secolo XVI

U.A. Canello
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 327

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   27G
   capitolo xii.
   severa requisitoria contro il lor poema prediletto; ed ò pur naturale che, appena pubblicata la Gerusalemme, essi le fossero addosso per esaminarne la compagine e raffrontarla a quella del Furioso.
   I fautori poi del Tasso e delle idee enunciate nei Discorsi, videro nella Gerusalemme una bandiera, e bandiera moderna, dietro alla quale combattere; c mentre fino dal 1577 Orazio Ariosto, pronipote di Lodovico, faceva intendere al Tasso chc la Gerusalemme avrebbe oscurato il Furioso, nel 1583 Camillo Pellegrino, in un dialogo intitolato il Caraffa, istituiva un ampio raffronto tra i due poemi, e dava sicuramente la palma alla Gerusalemme (l). Secondo il Pellegrino, l'Ariosto u ha errato nella costituzione della favola (che manca d* unità), nell'avere imitato costumi rei, e nella locuzione n. Lodevolissima è invece la favola della Gerusalemme; onesti i costumi; e tutto al più vi si potrà notare un po'di durezza nella sentenza e d'artificio nella locuzione. E poiché il criterio principale del Pellegrino e l'unità della favola, egli non dubita di metter molto basso c l'Innamorato e più ancora il Mor(fante, e di mandare 'i Furioso insieme coli'Amadigi e cogli altri romanzi di quello stampo.
   II dialogo del Pellegrino fu pubblicato a Firenze, dove sin dall'anno innanzi s'era costituita l'accademia della Crusca con a capo l'acuto Leonardo Salviati. Ora accadde che il Tasso desse fuori in questo frattempo anche il suo dialogo Del jiiacere onesto, ove erano certe fras che potevano parer dure a Firenze e alla corte medicea; e fu colta quindi dai begli spiriti fiorentini^'occasione d'umiliare il nuovo poeta, che osava gareggiare col divino Ariosto.
   L'Infarinato (2) pertanto, ossia L. Salviati a nome della recente accademia, prese ad abburattare il dialogo del Pellegrino, e al tempo stesso la Gerusalemme del Tasso, contro la quale formula l'accusa di secchezza, di poca o nulla invenzione, e di oscurezza e durezza li lingua. In quanto al Furioso, anche i ciechi vedono (egli dice) di quanto esso superi in ogni parte la Gerusalemme: il Furioso è un immenso e ricchissimo palagio, la Gerusalemme una casetta che maraviglia adunque se in questa l'unità sia più evidente chc nell'altro? Ma l'urutà stessa della Gerusalemme ha qua e là le sue pecche, come p. es. in quel finale rapp c-carsi de'rapporti amorosi tra Rinaldo ed Armida. L'unità del Furioso è certo meno evidente e molto più' difettosa. Il poema dovrebbe cominciare, non già dalla fuga d'Angelica, ch'è episodio, ma dall'invio di Rinaldo in lscozia, poiché l'az one prue .pale del Furioso è la guerra tra Carlo ed Agramante, così come l'azione principale dell' Iliade è la guerra contro Troia. Ingiusto poi e sciocco è il mettere insieme il Furioso coli'Amadigi di B. Tasso, in cu l'autore altro non ha fatto che tradurre c confondere la favola dell'originale spagnuolo.
   Nel tempo stesso che il Salviati scriveva questa sua prima stacciata, altri si alzavano n Ferrara alla difesa dell'Ariosto; e mentre Francesco Patria arditamente si ribellava all'autorità d'Aristotile, le cui dotti ino mostrava oscure e imperfette, e in Omero stesso trovava contraddizioni e incongruenze parecchie, e insegnava come -i Furioso potesse benissimo, al caso, ragguagliarsi ali 'Iliade, in quanto che la guerra tra Carlo ed Agramante risponde alla guerra troiana, a all'ira d'Achille ben risponde l'amore di Ruggero e Bradamante; Orazio Ariosto nella Iiis osta ad alcuni luoghi del Pellegrino, senza offendere il Tasso, mirava a difendere il suo antenato colle idee stesse del Tasso, il quale, discorrendo cun lui, gli avrebbe saputo un giorno dimostrare nel Furiosi un'unità non meno salda di quella dell'iliade; mentre un gentiluomo e ire a Ferrara insegnava scienze più giavi, sosteneva « che la pazzia d'Orlando fosse la sola principale
   i.jj-r - ^
   (1) Il Caraff'i del Pellegrini e tutti gli scritti^più importanti sulla questione sono stali ripro-doTtfnelle Opere di T Tasso, Firenze, 1724 (Tartini e Franchi), voi. 4°-Gtì, che appunto abbiamo sottocchio.
   (2) Noi, nel breve esame di quesio^litigio, dobbiamo dimenticare la persona del Salviati e quella del Tasso, per occuparci solo delle ragioni messe innanzi dall'uno e dall'altro.