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IL SECOLO XIV
di non piangere ancora; clié gli converrà piangere per ben altra ragione; quindi gli rimprovera l'ingratitudine, l'infedeltà, i traviamenti; lo costringe a confessar la sua colpa, e gli fa provare tale rimorso ch'egli cade tramortito. Con la grande rappresentazione simbolica della mistica processione s'intreccia questo episodio personale, intimo, così umano e caldo, che particolarmente ci attrae e ci commuove.
La terza cantica certo non è meno bella delle altre due, benché in alcuni tratti più difficile. Il Poeta stesso nell'esordio del secondo canto, ammonisce che lo seguano quelli soltanto i quali sono apparecchiati a intenderlo dall'amoroso studio della scienza divina. Infatti la parte dottrinale, che, assai limitata nella prima cantica, già nella seconda prende assai maggior luogo, molto ne occupa nella terza, specialmente la scienza divina, la teologia. Ma anche questa parte dottrinale Dante riesce generalmente a trasformare in poesia, ponendo l'insegnamento, come dice il Croce, «in scena e dramma»: e pur nei passi più astrusi e più aridi si trovano quasi sempre espressioni che ci colpiscono per novità e potenza, originali e felicissime immagini. Anche del Paradiso ricorderò alcuni degli episodi che destano maggior piacere e ammirazione. Nel primo cielo (della luna), dove appariscono le anime di coloro che per la violenza altrui, ma non senza debolezza del proprio volere (cfr. Par. IV, 19-21, 64 e segg.), mancarono ai voti religiosi, Dante vede Piccarda Donati, sorella di Forese, al quale egli ne aveva domandato (Purg. XXIV, 10 e segg.), e di Córso (cfr. Purg. XXIV, 81 e segg.). Quello di Piccarda è l'unico riconoscimento dell'ultima cantica, poiché, come già si è detto, nelle altre sfere celesti (salvo ancora nel secondo cielo, di Mercurio: vedi Par. V, 106-8, 133 e segg.) i Beati sono soltanto luci, fulgori, senza aver più alcuna parvenza corporea. Anzi veramente nemmeno Piccarda Dante ravviserebbe, se ella non gli si rivelasse, poiché ne' mirabili aspetti degli spiriti del primo cielo risplende non so che divino che li trasmuta da' primi concetti. Piccarda, richiestane da Dante, narra come da uomini a mal più ch'a bene usi fosse rapita fuori de la dolce chiostra, e soggiunge: Iddio si sa qual poi mia vita fusi. Dal cielo ella vede ormai così lontano e meschino quel mondo da cui fuggì giovinetta, e dove, strappandola al dolce chiostro, la ricacciò l'altrui violenza e malvagità; e la sua parola è tranquilla e mite. Ma questo verso, nella sua delicata riservatezza