Lettere della Guerra dall'epistolario di famiglia

Dal 25 luglio 1943 alla liberazione, lettere di civili e militari

a cura di Federico Adamoli



Appendice: Un'esperienza di guerra

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      Il 24 settembre fummo caricati (l'espressione è esattissima, non pecca di proprietà linguistica) su vagoni-merce nel quantitativo di 45-50 Ufficiali per ogni vagone e partimmo così da Zenica per incognita destinazione. Ogni vagone era chiuso accuratamente dall'aguzzino tedesco e forse anche sigillato..., allo scopo di evitare sottrazioni e cali di materiale umano. Quando eravamo fortunati il vagone era aperto una volta al giorno e ci erano concessi pochi minuti per prendere un po' d'aria..., dopo di che tra urla, ingiurie e colpi di moschetti, eravamo invitati a risalire sul carro che accuratamente veniva chiuso di nuovo.
      Quando scendeva la notte, la nostra situazione diventava ancora più tragica. Ognuno s'illudeva di potersi adagiare in qualche modo e riposare, ma per la nota legge dell'impenetrabilità dei corpi o ciò era impossibile o ciascuno doveva adattarsi a sentire sul proprio corpo minimo tre o quattro paia di gambe degli altri compagni.
      La seconda soluzione era quella che di solito s'imponeva. Se di giorno le scene che si svolgevano nei carri potevano considerarsi drammatiche, di notte erano indiscutibilmente tragiche.
      Molti la notte erano in preda al delirio, altri si contorcevano in tutte le maniere e nei momenti di sosta in qualche stazione invocavano l'aiuto di qualcuno perché si aprisse il vagone. L'espressione tragica era: "Bitte, abort" a cui si contrapponeva o il silenzio della notte oppure un reciso ed inesorabile "Nein". Altri ancora si limitavano ad emettere qualche gemito ed altri, isterici e turbolenti, trovavano anche il modo di bisticciarsi. Gli attori di simili scene, a turno, per forza di cose e sotto la spinta della necessità, eravamo noi stessi.
      Dopo sette giorni e sei notti di viaggio, attraverso la Croazia l'Austria e percorrendo la Germania, fummo condotti a Bad Orb, piccolo villaggio tra Norimberga e Francoforte.
      Fummo ospitati, dopo una marcia di sedici chilometri, zaino in ispalla e senza mangiare da più di un giorno, in un campo di concentramento, munito di reticolati, sentinelle, cartelli di avvertenza e baracche. Dopo svariate perquisizioni, nelle quali ci venivano tolti, senza alcun motivo, anche oggetti di vestiario e di biancheria, fummo alloggiati in baracche, nelle quali erano situati castelletti in legno pluriposti. Ognuno quindi si assegnava, come meglio capitava la propria cuccia. Il vitto era sempre dosatissimo e somministrato senza alcuna regola, casuale, accessorio.