Giulio Adamoli
DA S. MARTINO A MENTANA
(Ricordi di un volontario garibaldino)


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     Finché Turr durò con noi, il lavoro di stato maggiore camminò senza intoppi. Ma quando Turr andò via, e portò con sé quasi tutti gli ufficiali che appartenevano allo stato maggiore divisionale, lasciando a Spangaro quei pochi destinati all'ufficio della brigata, la situazione mutò.
     Gli ufficiali rimasti con Spangaro, due o tre a quanto ricordo, eran napoletani, i quali, abbandonato a Palermo prima dell'imbarco l'esercito borbonico, e diventati d'un tratto garibaldini senza quasi mutar neanche d'uniforme, furono addetti allo stato maggiore, perché a noi facevan difetto le cognizioni tecniche indispensabili in una cancelleria militare; forse anche, chi lo sa? per un vago fine di accorgimento politico.
     Ai volontari, sin da prima, era spiaciuto di vedere i loro capi mettersi d'attorno costoro, e affidare ad essi le mansioni più gelose; e ne avevano mormorato. Se però i nuovi venuti avessero voluto, con una condotta equanime, conquistare la benevolenza dei camerata, tutta gente incapace di serbar rancori, vi sarebbero, ne sono persuaso, facilmente riesciti. Invece, per una inconcepibile mancanza di tatto, pareva si sforzassero, con la eccentricità dei modi, a tener vivi l'astio e la diffidenza, giustificando così il malcontento generale.

     Malgrado l'intervento dei capi, la incompatibilità fra i due elementi si andò esacerbando al punto, che, infine, a Caltanisetta scoppiò minacciosa. Gli ufficiali dei battaglioni, radunatisi nei quartieri, protestarono di non volerne più sapere dei disertori, ed eccitarono alla sommossa i picciotti, i quali, da buoni figli di Sicilia, non amavano i napoletani; il caso si fece grave. Il tenente Luigi Novaria, uno degl'istigatori, andava gridando nel suo gergo pavese: “Ih! che andoumma!” e voleva intendere di andare a farla finita con gl'invisi borbonici. Il comando della brigata dovè cedere e licenziare gli ufficiali messi all'indice che più non ricomparvero.


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Umberto